Chi sono


Ho cominciato ad innamorarmi del cinema all'incirca dieci anni fa, quando visionai per la prima volta I 400 Colpi di François Truffaut. Il fermo-immagine finale di Antoine Doinel mi fece capire una cosa che fino a quel momento non avevo ben chiara: il cinema è prepotentemente vita.
Da lì è iniziato un lungo percorso da cinephile che non si è mai concluso e credo che mai si concluderà; nei primi anni ho cercato di assorbire moltissimo, ero praticamente affamato di film, ne guardavo dai tre ai sei al giorno, mi interessai alla storia del cinema e alle filmografie di Godard, Antonioni, Cassavetes, Hitchcock, per poi arrivare a Pasolini, Bergman, Dreyer, Bresson fino al cinema russo di Tarkovskij, Sokurov, Larisa Shepitko, Elem Klimov (che sono specificamente trattati in questo blog) e altri ancora. Tutti questi grandi autori sono stati per me una vera presenza nella mia vita quotidiana, scoprire il loro modo di vedere il cinema e il loro pensiero è stato come ricevere un'enorme eredità. Questa eredità non è altro che la conoscenza del mondo, attraverso l'estensione della propria coscienza; con ciò voglio dire esattamente quello che afferma il grande regista russo Tarkovskij quando sottolinea che "l'arte serve per elevare l'uomo spiritualmente" per permettergli di prendere coscienza della propria libertà, del proprio libero arbitrio, la possibilità di scegliere da che parte stare e per quale causa combattere, proprio quando le difficoltà della vita ce lo impongono.
Ogni film con i suoi personaggi o i suoi paesaggi (quando il regista sa' filmarne lo spirito) si lega intimamente a un momento della propria vita, perchè quando si arriva ai titoli di coda, ci rimane sempre qualcosa e quel qualcosa è l'essenza del film, la scintilla che ci permette di cogliere ciò che è divinamente universale in ogni emozione di ogni singolo essere umano.
Ricordo ancora quando finì di vedere per la prima volta "Le Notti di Cabiria", quel magico finale da carpe-diem dove Cabiria continua semplicemente a vivere tra la gente, malgrado la storia del proprio dolore, lo conoscevo bene, era successo anche nella mia vita, magari in un contesto diverso, in una storia diversa, in una situazione diversa, però in qualche modo lo conoscevo. Era anche mio e sapevo che poteva appartenere a tutti. Il cinema ha il potere di farci sentire questa appartenenza, ci spinge a condividere ciò che sentiamo, di aprire il cuore e scoprire che siamo più simili di quanto possiamo immaginare. Attraverso il cinema si conoscono anche persone speciali a me è successo e continua a succedere, anche qui in questo territorio virtuale.
Il mio approccio con i film è viscerale, non amo elucubrazioni intellettuali, cerco sempre di arrivare al dunque e mi aspetto che anche il regista cerchi di farlo, è come quando bisogna terminare i conti con qualcosa di particolarmente importante nella vita. Perciò condivido pienamente il pensierio di una delle mie registe preferite, Larisa Shepitko, quando sottolinea che "bisogna girare un film come se fosse l'ultimo". I film che preferisco sono quelli girati con l'ineluttabilità della vita, dove spesso il tema portante del film è la trasformazione del protagonista attraverso l'esperienza del dolore e la fatidica attesa alla morte. La trilogia della prigionia di Robert Bresson trovo che esprima esattamente in immagini-movimento questo concetto. Bresson filma in modo minimale e secco, fonda il "suo" cinematografo attraverso il montaggio, trovando spesso un raccordo violento tra le immagini, privandosi del superfluo temporale, spesso rifiutando i pianosequenza.
Ma questo desidero vorace di arrivare all'essenziale, per me non esclude mai un percorso meditativo, anzi credo che più un regista sia contemplativo e più abbia buone capacità di registrare l'ineluttabile, in quanto adempie più degnamente ai fenomeni naturali che circoscrivono l'esistenza umana. Tutto dipende da come il regista gestisce il suo materiale, non c'è una formula estetica uguale per tutti, ogni storia ha un suo stile, appunterebbe il grande Dreyer.
Il cinema come evasione, è invece un concetto che comprendo molto difficilmente, il pubblico che entra sistematicamente in una sala cinematografica per ridere di fronte la proiezione di una commedia per poi uscire dalla sala cinematografica per lamentarsi della vita non è un bello scenario! Purtroppo negli ultimi tempi questo fenomeno è sempre più frequente. Gran parte del pubblico considera il cinema come una forma di puro intrattenimento e finisce per crederlo a 360 gradi, rinunciando spesso alla visione di molti film importanti.
Io spesso vengo accusato di essere molto dogmatico nei confronti del cinema d'autore, ma credo che prendere seriamente il cinema possa solo migliorare la vita di una persona, renderla nettamente migliore.
Entrare in una sala cinematografica come se fosse una sala chirurgica, è una metafora che potrebbe spaventare qualcuno, ma è l'idea che più rispecchia il mio approccio con il film, Dopotutto quando decidi di vedere "Salò o le 120 giornate di Sodoma" di Pasolini, non puoi che aspettarti di tutto! Sai esattamente che non sarai più la stessa persona dopo la visione del film, parti di te stesso verranno toccate, prese e lacerate a fondo, e in conclusione rimesse al loro posto! Ma con molta probabilità dopo sarai guarito di qualcosa, perchè avrai acquisito coscienza. Ma c'è un però, l'arte, a differenza dei un'operazione chirurgica, è il riflesso della vita, quindi il dolore che sentiamo è solo il suo riflesso, anche se la sua evocazione emotiva è vera. Non potrebbe in alcun modo recarci danno, per questo motivo anche se un film rappresenta l'inferno, diventa inevitabilmente un'esperienza di catarsi e purificazione.
In questo blog non troverete mai delle vere recensioni perchè non è il mio scopo aprire una testata giornalistica o diventare un critico cinematografico, spesso quando scrivo di un film cerco di lasciare che siano le mie emozioni a parlare, quello che scrivo, sopratutto per qualcuno abituato all'approccio più formalmente critico, potrebbe peccare spesso di ingenuità o di eccessivo entusiasmo, ma la mia intenzione è sempre quella di comunicare in totale libertà ciò che il film mi ha veramente dato, senza mentire a nessuno. Il blog è nato per questo motivo.
Non scrivo mai di film che non ho apprezzato, perchè la reputo una gran perdita di tempo, quando un film non mi aggrada a volte navigo su altri blog per vedere ciò che pensano gli altri e magari mi capita di scrivere una mia opinione sotto forma di commento, proprio per confrontare la mia visione con gli altri.
Negli ultimi tempi vedo film con meno frequenza perchè la vita me lo impone, perciò il blog non sarà constantemente aggiornato, quindi mi scuso in partenza con chi magari si aspetta qualcosa di più da questo posto.
Concludo questa presentazione, ringraziando tutti i lettori presenti e futuri, sopratutto a tutti quegli utenti blogger (molti dei quali potete conoscere visitando i loro indirizzi nel widget a destra "Blogger interessanti") che mi hanno aiutato a conoscere molti autori passati e contemporanei di cui ignoravo praticamente l'esistenza!

Un caloroso saluto,
J. Doinel