Il trio della saggezza: Il Nastro Bianco (2009)

Scritto da J. Doinel il domenica, ottobre 03, 2010 con 2 commenti
Mi sono innamorato degli austriaci, lo ammetto. Ma come si fa a non esserlo?
Il loro cinema è innovativo nelle tematiche e nella modalità della rappresentazione stilistica che è indirizzata a raggiungere una certa oggettività attraverso l'attenta fusione tra minimalismo e realismo, ed è proprio attraverso quest'ultima caratteristica, questa impronta realistica, che il film supera lo stile o l'esercizio fine a se stesso. Il film risponde ad una necessità interiore e sociale che nella rappresentazione si manifesta in una forma impersonale perchè svuotata dall'individualismo barocco, così partendo dall'intimo arriva all'universale. E' il cinema che sta rischiando di più ed è anche quello che più ha consapevolezza della tradizione cinematografica. Così per iniziare la nuova era di questo blog parlerò di 3 film (a mio parere grandissimi) di 3 autori austriaci diversi, che vengono tutti dalla stessa scuola. Lancio il primo film:

IL NASTRO BIANCO  di Michael Haneke
Haneke ci trasporta nel microcosmo di un villaggio tedesco alla vigilia la prima guerra mondiale dominato da due poteri oppressivi, quello religioso (fondamentalista protestante) e quello del sistema politico (feudalesimo). Il racconto viene scandito da una voce narrante che è quella del Maestro che arriva nel villaggio ed è rappresentato in maniera corale: scrutiamo le azioni quotidiane di un Pastore che educa i suoi figli in maniera severa legandoli un nastro bianco ogni volta che questi non seguono la sua condotta (in modo da ricordarli di custodire ossessivamente la loro innocenza), la relazione sadomasochista e clandestina tra una bambinaia e un dottore vedovo con due figli, il rapporto difficile tra il barone e sua moglie, ma soprattutto osserviamo il gelido silenzio di tutti i bambini di fronte alla poca umanità manifestata dai loro genitori.
Saranno degli strani episodi di violenza a rompere quel silenzio. Alcuni episodi sembrano essere incidenti  dettati dal caso mentre altri no. Hanno il carattere di una vera punizione.
La violenza raccontata dal cinema di Haneke ha un'impatto sempre molto forte, perchè viene mostrata con la spietatezza documentaristica di un entomologo, ogni azione violenta sembra rispondere a una logica comportamentale, perchè nasce dal paradosso di un'irrazionalità strettamente organizzativa nella mal corrispondenza tra le esigenze individuali e le necessità sociali. Quindi anche se non ci è dato vedere il fautore dell'atto criminale, sembra che sia il presupposto di una condizione sociale estremizzata dall'egoismo morale a suggerire la scarica di quell'atto violento e irrazionale come risposta a un'altra carica di irrazionalità che ha spazio e tempo più largo rispetto al momento in cui la scarica di volenza si manifesta. Interessante è la sequenza del lago in cui i due bambini proletari rubano lo zufolo al figlio del barone, qui la violenza assume esattamente la caratteristica di una scarica di tensione irrazionale, ma allo stesso tempo ci dice molto sulla complicità dei bambini proletari.

Una complicità molto presnete tra i più giovani del villaggio e che a tratti pare inquietante, basta pensare alla sequenza iniziale del film in cui le bambine uscite da scuola si dirigono a blocco attorno a Clara (la figlia più grande del Pastore). Questo atteggiamento sarà sempre più evidente con il sussegurisi dei crimini: quando Karli (il figlio ritardato della bambinaia, che ha avuto clandestinamente con il dottore) viene trovato privato brutalmente degli occhi, con un biglietto che sottolinea che si tratta di una "punizione divina" e viene portato dentro casa dalla madre c'è una sequenza in cui Clara insieme ai bambini del villaggio vengono sorpresi dal Maestro mentre spiano attraverso la finestra l'abitazione. Sono lì per sapere le condizioni di Karli oppure perchè vogliono capire se Karli dirà qualcosa?
Haneke è un maestro dell'inquietudine, perchè come spesso viene detto dai suoi stessi collaboratori è capace di cogliere le suggestioni estetiche tali per rappresentare la "nota stonata" in una sequenza perfettamente semplice e ordinaria, una capacità che ricorda molto quella di David Lynch quando si immerge nei sogni hollywoodiani e li smaschera. Quindi Haneke non solo rappresenta con perfetta coerenza la realtà, ma la trascende, attraverso l'energia del montaggio, l'uso del sonoro, della recitazione minimalista e di una fotografia quanto mai fondamentale: l'uso del b/n è perfetto, la luce abbagliante sembra pulizia estetica, ma invece scatena delle ombre che sottolineano l'ambiguità e la sofferenza nei lineamenti appassiti dei bambini. Non è da trascurare il rigore formale della composizione degli elementi, che amplifica la plasticità delle emozioni dei personaggi in modo che ogni loro reazione ci appare scandire qualcosa di profondamente importante ai fini della storia e l'uso di pianosequenza e del fuori campo per descrivere la violenza fisica, svuotandola del suo consumo direttamente visivo e restituendole un significato più vero, sfruttando il pathos nell'immaginario dello spettatore. L'assenza di un accompagnamento musicale, scelta tipicamente bressoniana, dà spazio ai suoni inquieti delle anime dei personaggi.
Devastante, probabilmente una delle più riuscite, è la sequenza in cui  Martin, il figlio del Pastore, viene accusato di onanismo, i dialoghi hanno una violenza che arriva al subconscio proprio perchè l'oggetto della discussione non solo non viene enunciato e affrontato ma viene sostituito a qualcosa di ultraterreno, di innaturale e di irrazionale (al membro maschile viene assegnata l'enuciazione "là dove la legge divina ha eretto una sacra barriera"). I luoghi oscuri della paura e del senso di colpa vengono toccati perfettamente e le lacrime del bambino esplodono irrazionalmente, questo perchè la scarica delle emozioni è naturale, necessaria, per espiare la carica di violenza (psicologica o fisica) subita. Dove c'è sofferenza non esiste nessuna giustizia e nessuna verità è il grido di rimprovero di Haneke. L'onanismo non porta alla morte ma alla scoperta della propria natura sessuale. Ma ci dice anche forte e chiaro che dove non c'è sincerità e accettazione si instaura la perversione: non è un caso se immediatamente dopo la sequenza delle accuse del Pastore a suo figlio, ci giunge la sequenza che mostra la bambinaia e il dottore praticare il sesso anale, squallidamente, come conseguenza della dimensione del loro rapporto clandestino. I rapporti sadomasochistici sembrano essere il moto che fa muovere i rapporti umani del villaggio. C'è un'altra sequenza sul tema che è particolarmente efficace, si tratta di quella in cui il figlio del dottore sorprende suo padre e sua sorella nello studio delle visite nel pieno della notte: Haneke organizza la composizione nel campo in maniera tale da suggerire un senso di intimità  improvvisamente strappata, posizionato il dottore di spalle, di fronte alla figlia seduta sul lettino rimanendo in quella posizione per tutta la durata della sequenza senza mai voltarsi completamente per guardare il figlio negli occhi che implora alla sorella di accompagnarlo a letto perchè ha fatto un incubo. Le parole della sorella appaiono disperse, falsamente consolatorie. Anche se non c'è prova diretta, lo strascico perverso di un rapporto sessuale nella sequenza è serpeggiante, ed è perfettamente all'interno della visione dello spettatore che si sviluppa. Questo succede perchè Haneke risveglia l'intuizione, utilizzano sollecitazioni narrative precedenti che possono confermare ciò che sta rappresentando senza giungere a una dichiarata rappresentazione, creando una sorta di suspance fondata sull'introspezione, infatti prima della sequenza sappiamo che la bambinaia rimprovera provocatoriamente il dottore di aver abusato della sua stessa figlia oltre ad essere indiretto responsabile della morte di sua moglie, ma fondamentale è anche l'incidente iniziale del dottore che cade dal cavallo per colpa di un filo teso tra due cespugli. Questo particolare ci fa anche capire che evidentemente qualcun altro sapeva delle violenze subite dalla figlia del dottore e che questi episodi sono delle vere e proprie punizioni condotte da una minoranza che subisce la violenza dell'autorità nel villaggio. La figlia del dottore con chi poteva parlare dei suoi rapporti genitoriali se non con i suoi coetanei?

Il finale del film è alquanto spiazzante, anche quando si presenta la possibililtà di una teoria sulla colpevolezza dei bambini da parte del Maestro, l'indagine viene immediatamente fermata dallo shock, dal disgusto e dalle minacce del Pastore, questo perchè sarebbe impossibile secondo una concezione fondamentalista mettere in discussione i valori coltivati in un'intera esistenza dogmatica e trasmessi ai propri figli, per far fronte a un relativismo che è sempre attento a mettere in discussione l'interpretazione dei valori, non per perdersi nell'amoralità, ma al contrario per ristabilirla per il bene della comunità riconoscendo gli errori degli adulti, fronteggiando un potere che rappresenta la vera anarchia e la confusione morale. Il Pastore nega e minaccia il Maestro, ma non si avvale che è proprio attraverso la negazione dello stesso male che irrimediabilmente continua a seminarlo in maniera assoluta. 
Con distacco e oggettività crudele la mdp non dichiara nulla, eppure  dopo la visione si è sorpresi da un forte malessere allo stomaco che è strettamente legato uno svuotamento esistenziale, è uno sdraticamento di chi ti induce a pensare alla possibilità di un'assenza escatologica, perchè l'escatologia è una parte di noi che vogliamo che esista per affrontare l'ignoto della morte ma anche e soprattutto per consolarci, per non appuntare responsabilità sociale alle nostre azioni, alle nostre condizioni, alle nostre scelte quotidiane nei rispetti del prossimo, meglio trasferire molte cose a Dio perchè in questo modo molte cose ne risentiamo meno in noi stessi, no? La religione basta da sola ad alleviare la sofferenza, perchè quest'ultima la si accetta trasferendola al di là. E se invece fosse la religione  con la sua iterazione e il suo presupposto ultraterreno fondato sul peccato e la colpa a creare la condizione della sofferenza con il rifiuto della realtà fisica? Il realismo del film parla più di mille preghiere, la risposta è spietatamente chiara: l'assolutismo del fondamentalismo religioso genera una forma di terrorismo nel progredire delle sue generazioni. La religione è fatta dagli uomini, la coscienza morale è influenzata da essa e il potere striscia nell'assolutismo creando la tensione e il controllo delle minoranze in maniera sempre più forte. Nel film la minoranza è rappresentata dai bambini, ma anche all'interno di questa minoranza si stabiliscono le gerarchie, infatti Clara e Martin cresciuti con il fondamentalismo del Pastore creano un loro sotto-microcosmo per punire chi non rispetta il codice divino, che siano loro coetanei  (Karli, il figlio del barone) o che siano adulti (Il dottore) a essere il frutto del peccato non fa alcuna differenza.
Haneke chiude il film piazzando la mdp sul posto dell'altare nella Chiesa del Pastore. Non c'è nulla di più diabolico nel rispettare un Dio che si è inventato. Noi siamo l'occhio della mdp, in corrispondenza dell'altare, persi e sconvolti di fronte a tanta inumanità e irrazionalità. Mentre lo sguardo si dissolve lentamente nell'oscurità.

In sintesi:
Il nastro bianco è un film che mortifica e disturba come pochi e lo fa in maniera silenziosa rinunciando a una violenza sfacciatamente visiva, questa volta Haneke tratta con estrema delicatezza e coerenza il suo materiale e raggiunge il culmine della sua poetica già tracciata nella trilogia della glaciazione. Tra il rigore estetico di Dreyer e il distacco violento di Bresson, completa la sua ricerca e firma il suo capolavoro.

Il film è disponibile in Italia sia in DVD che in BLU-RAY.

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